Opera Uno

Racconti di vita vissuta

di Antonio Di Maio

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FILANTROPIA E SOLIDARIETÀ

Questo testo non vuole essere un romanzo storico né un poema letterario, desidero solo dialogare con voi e parlarvi dei tanti casi dolorosi da me vagliati, sofferti e vissuti insieme a vari amici che vi presenterò e che mi chiedevano una mano per sperare ancora in un domani migliore. Molti di voi si sorprenderanno per la banalità del caso, o per la misera richiesta di aiuto e per un semplice consiglio di cui avevano bisogno; la necessità di avere un vero amico a cui rivolgersi dava loro la forza di chiedere e sperare.
Eravamo negli anni 70 – 80. La mia indole filantropica mi portava spesso a pensare a chi aveva meno di me, a chi soffriva ed a chi non aveva neanche  il necessario. Ricordo che ero ventenne quando, ritornato in licenza dal corpo di polizia, mi pavoneggiavo a Palermo insieme ad altri amici per le vie del centro popolatissime per le feste natalizie. Per la prima volta mi potevo permettere di indossare capi di marca ed ero molto elegante.
Ad un tratto i miei occhi si posarono su un vecchietto che con la mano tesa chiedeva un soldino ai passanti. Non si lamentava, i suoi occhi tristi ed i suoi tremori erano più eloquenti di quanto potesse dire; passeggiando passai più volte  vicino a quell’uomo che aveva attirato la mia attenzione con una fitta dolorosa al cuore. Ancora un giro e poi, salutando gli amici, mi allontanai non per andare a casa ma per girare alle spalle del teatro Massimo ed avvicinarmi al vecchietto che tanta tenerezza aveva destato in me; il suo tremore era ancora più forte nel guardarlo da vicino, le sue labbra violacee e secche non potevano ringraziare chi le dava una moneta e gli diedi le poche monete che avevo mentre incrociavo i suoi occhi che esprimevano tanto bisogno di aiuto. Inconsciamente mi sfilai il cappotto (indossato da solo un’ora) e lo sistemai sulle spalle del mio sfortunato amico che con gli occhi spalancati mi guardava incredulo. Scappai quasi vergognandomi, non volevo ringraziamenti e poi qualcuno poteva tacciarmi di debolezza perché forse non avrebbe capito il mio gesto nel donare quel capo costoso che non potevo permettermi facilmente di ricomprare.
Strada facendo pensavo come giustificarmi con la mia famiglia: avrebbero capito il mio gesto? Ancora dovevo finire di pagare questi capi presi a Firenze ratealmente…
– Dove hai lasciato il cappotto? – mi chiese mia madre vedendomi infreddolito.
Non seppi mentire e raccontai tutto. Mia madre con le lacrime agli occhi mi abbracciò e mi disse:
– Hai fatto bene, ora te lo regalerò io un cappotto.
Rifiutai quel piccolo sacrificio che  non sarebbe valso a niente. Nel pensare a quel mio vecchietto mi sentivo riscaldare il cuore e proprio in quel famoso 1955 non ebbi neanche un piccolo raffreddore. Non ho fatto niente di eccezionale, ma l’ho voluto raccontare  a voi per dirvi che la mia vita era una sofferenza  continua nel vedere tanti bisogni e tante miserie, da farmi  decidere di dedicarmi alla solidarietà umana.
Mi trasferii a Torino per lavoro e poco per volta nella fabbrica dove lavoravo mi inserii nel sindacato, partecipando attivamente alle attività del gruppo locale e aderendo alle elezioni per rappresentare quel sindacato; aderii con slancio, però ero digiuno nel campo sindacale e perciò feci un corso presso i Salesiani per aggiornarmi di ciò che mi competeva. In questo corso conobbi una signora molto perbene che mi parlò del volontariato nel carcere Mi disse che c’era bisogno di ancelle e di uomini, perché loro scrivevano lettere di conforto che da molti erano ben accette, mentre altri chiedevano non solo conforto ma soldi, indumenti e altro. I soldi e gli indumenti nei limiti del possibile li inviavano, ma rispondere di sesso ed altre parole indescrivibili non potevano, perciò volevano selezionare alcuni individui che chiedevano queste prestazioni affidandole ad uomini che avrebbero ricevuto simile proposte.
Ricordo il mio Primo detenuto, un sardo che nella prima lettera mi disse:
– Che me ne faccio di un uomo? Io, ho bisogno di donne, preferisco non ricevere più posta né da te né da nessun altro uomo.
Mi sentivo umiliato da questa risposta, però le ancelle mi avevano caldamente raccomandato il caso che era irrecuperabile, perciò ripresi carta e penna per rispondere ancora dicendo che non ero una donna ma un amico che voleva istaurare un’amicizia fraterna con lui e potergli fare compagnia raccontandoci le nostre sofferenze; gli parlai dell’emarginazione dei meridionali in Piemonte, delle umiliazioni subite, delle speranze di un futuro migliore per noi ed i nostri figli, senza richiamarlo mai sulle sue  colorate espressioni. Poco per volta avvenne in lui un cambiamento radicale, cominciò a fidarsi e mi parlò di lui delle sue vicissitudini, della sua solitudine, dell’omicidio commesso e della separazione della moglie e dei figli chiusi in un Istituto di Napoli. Questa corrispondenza durò sette anni, da Cagliari lo trasferirono a Napoli e poi a Fossano,  dove ottenni un permesso per poterlo visitare in carcere. Portai indumenti che gli necessitavano e una buona notizia: un mio amico sindacalista aveva trovato un buon lavoro ai suoi due figli che, compiendo diciotto anni, venivano allontanati dal collegio e si potevano trasferire a Torino con un lavoro pronto e vicino al padre. Dopo questo colloquio lo ritrasferirono in Sardegna dietro sua domanda e poco alla volta le sue lettere si facevano sempre più rare fino al silenzio più assoluto.
In questi sette anni mi assegnarono altri detenuti sparsi in tutta Italia. Ricevetti e scrissi centinaia di lettere; con immenso piacere mi fu presentato Padre Roggero, cappellano del carcere di Torino e da lui ebbi preziosi suggerimenti e consigli per aiutare i miei amici carcerati.
Nel 1973 mi sposai e, purtroppo,  le cose cominciarono  ad andare male nel campo economico. Il diabete e l’ipertensione mi impedirono un’altra assunzione in fabbrica e, incitato da mio cognato, mi trasferii a Ragusa, città nativa di mia moglie, con un lavoro pronto. Il lavoro promessomi come chimico nel gruppo IRI era stato bloccato e, malgrado molteplici interessamenti da parte di conoscenti, ero sempre in attesa: non conoscevo nessuno e passavo giornate intere in solitudine portando a passeggio nel carrozzino le mie due bambine fino all’arrivo di mia moglie dal lavoro; ogni tanto mi fermavo in un bar a scambiare quattro chiacchiere con i proprietari del locale e con i ragazzi che si facevano la solita partitella a carte.
Uno di questi ragazzi faceva il D.J. presso una radio locale e mi disse che nella radio dove lui trasmetteva volevano creare una trasmissione di culinaria, però non avrei avuto nessun compenso. Accettai per potermi inserire  nell’ambiente ragusano, però, visto che non ero retribuito, chiesi una trasmissione di un’ora la settimana per continuare la mia solidarietà che avevo intrapreso a Torino  verso i carcerati, i vecchi ed i bisognosi.
Dopo un mese questa mia trasmissione diventò trisettimanale perché il tempo non bastava più e poi divenne giornaliera. Ero diventato Antonio, l’amico di tutti; arrivavano decine di lettere dalle case circondariali di Ragusa, Modica, Catania, Noto, Caltanisetta, Reggio Calabria e persino da Malta. Mi chiedevano consigli, conforto, sostegno materiale e morale e speranze future; i detenuti cercavano, per non sentirsi soli, amicizie, corrispondenze, un legale e qualche aiuto materiale. Io scrivevo anche la notte; potevo farmi aiutare dalle varie collaboratrici ma volevo rispondere direttamente con lo stato d’animo che avevo recepito nel leggerle. Dalla casa circondariale di Ragusa le lettere si moltiplicavano sempre più e con varie richieste.
Ricordo un caso di una signora da Palermo ammalata non poteva venire per dare una parola di conforto al figlio ospite della casa circondariale; mentre mi telefonava irradiavo la telefonata ed il figlio la poté sentire fino alla fine della sua vita terrena.
Ricordo un’altra mamma di Ragusa che, ammalata col “fuoco di S. Antonio”, aveva bisogno di conforto per tanta solitudine; era sola in ospedale, la malattia era contagiosa e nessuno andava a trovarla. Malgrado i suoi divieti, io e mia moglie andammo a trovarla e mentre lei si scansava io le andai incontro e l’abbracciai. Quando la signora tornò a casa mi scrisse una lettera affettuosissima dicendomi della gioia provata con la mia visita; mi raccontò che oltre alla figlia malata aveva anche un figlio molto umano ed altruista che col matrimonio  divenne egoista verso tutti, compreso madre e sorella che non andava più a visitare. Mi ripetè fino all’ultimo il bene e il conforto che riceveva  nel sentire le mie trasmissioni che le davano speranza per la figlia malata e quando fu sola dopo la sua morte.
Forse qualcuno sorriderà per la pochezza delle situazioni descritte, però, se vissute in prima persona, ci si accorge che vi sono dolori profondi che nella solitudine a volte sfociano nella pazzia o nella più cupa depressione con conseguenze letali. Potrei citare centinaia di casi  gravi e meno gravi. Ho anche scritto poesie che descrivono certi miei stati d’animo, le sofferenze vagliate e le avversità avute, che mi hanno portato a riflettere e meditare sulla solidarietà umana e sul volontariato fatto con amore e coscienza.

IL PERDONO E LA SPERANZA

Era il mese di Dicembre del 1979, avevo superato i tre anni di trasmissione in una radio e in una TV locale e per il quarto anno parlavo ai miei ascoltatori del ricovero dei vecchi invitandoli a visitarli in occasione delle festività Natalizie e spiegavo che, se lo credevano opportuno, si potevano unire al mio gruppo che già aveva organizzato l’incontro.
Mentre decidevamo i regalini da portare per il  Natale, ogni  gruppetto mi prospettava qualcosa; in quel mentre una telefonata interruppe il programma. Era una nostra ascoltatrice di Catania che desiderava un consiglio; aveva atteso tanto prima di telefonare perché indecisa se chiamarmi o no.
– Posso parlare?
Dopo la mia affermazion,e la signora mi disse:
– Avevo diciassette anni quando fui violentata da un amico di famiglia. In quei tempi era uno scandalo enorme e dopo essermi confidata con mia madre fui allontanata di casa e portata in campagna nell’attesa di trovare qualcuno che poteva farmi abortire. Mi opposi con tutte le mie forze e, vista la mia determinazione, mi scacciarono di casa dicendomi di non tornare più. Con un po’ di risparmi che avevo e l’aiuto di qualche anima buona nacque la mia creaturina che diventò lo scopo principale della mia vita; però dovevo provvedere a tante cose, non potevo tenerlo con me e optai per un collegio di prima categoria affinché mio figlio potesse avere tutto e una educazione adeguata all’istruzione che volevo dargli. Tre anni fa, dopo la laurea, mio figlio si è sposato ed io mi trovo a Catania da sei anni perché ho detto a lui che faccio la segretaria  in  un grosso gruppo immobiliare . Da cinque mesi mio figlio è diventato papà, ed io ho visto una sola volta il mio adorato nipotino. Mio figlio vuole a tutti i costi che lasci questo lavoro così lontano e che vada a vivere con loro. Io lo vorrei ma come posso dirgli che a Roma per tenere mio figlio in quel collegio mi vendevo a tanti  e ritornandoci potrei essere riconosciuta e perderei l’amore che hanno per me? Come giustificarmi?
Piangeva… cercai di dire qualcosa per rincuorarla, poi le consigliai di chiudere la telefonata e di restare in ascolto perché gli ascoltatori avevano sentito tutto e volevo chiedere un parere anche a loro; poi le avrei detto come la pensavo anch’io.
Moltissime furono le telefonate e contrastanti le opinioni; alcune dicevano di non dire niente al figlio (queste in maggioranza),  altre le consigliavano di confidarsi con il solo figlio, altre ancora le dicevano di andare solo per vederli e poi ritornarsene a Catania. Poi toccò a me dire la mia:
– È Natale, vada dai suoi cari e apra il suo cuore, racconti delle sue angosce, della sua solitudine per amore per questo figlio fortemente voluto e felicemente realizzato pagando di persona fino al traguardo. Non dica altro se non le verità con tanta umiltà, vedrà che il Buon Dio l’aiuterà.
Passò Natale, l’Epifania, e nessuno quasi si ricordava più di questa signora, non potevo neanche telefonarle perché quel giorno avevo dimenticato di chiedere il suo numero. A metà Gennaio, mentre facevo la mia solita trasmissione, mi passarono la telefonata di un uomo che chiedeva di me.
– Sono Antonio, desidera?
– Mi chiamo Guido… grazie per  i consigli dati alla mamma. Lei non mi conosce, sono il figlio della signora Carmela, ora so tutto…
Il pianto gli stringeva la gola, sentivamo nitidamente i suoi singhiozzi. Io e gli ascoltatori non avevamo la forza di replicare, poi… una voce femminile e tremante mi disse commossa di essere la signora Carmela.
– Non ho potuto telefonare prima perché mio figlio non ha voluto che tornassi sola per ritirare le mie cose; ora ha ottenuto un permesso e mi ha accompagnato, ho preso tutto e stiamo per partire. La notte di Natale raccontai tutto a mio figlio e mia nuora, non potevo più tacere, pensavo ai consigli che lei mi aveva dato, ed è per quelli che ho avuto il coraggio di dire tutto con un senso liberatorio.
La sentii singhiozzare mentre continuava a parlare:
– E in un attimo, che a me parve un secolo, mi strinse fra le braccia chiedendomi ripetutamente perdono per non aver capito prima.
La signora Carmela piangeva  ed io non sapevo cosa dire, ero anch’io emozionantissimo, confuso ma felice. Stavo per dire una frase per superare l’imbarazzo, ma la nostra amica riprese a parlare:
– Stiamo partendo, finalmente potrò crescere il mio nipotino, come avrei voluto crescere il mio Guido se i miei familiari me lo avessero permesso. Quando il mio nipotino crescerà, parlandogli degli Angeli gli dirò di averne conosciuto uno anch’io… mi creda, Antonio, non potrò mai dimenticare né lei né la sua meravigliosa trasmissione… mi mancherete tanto.
Ci salutammo anche se quel saluto fu un rauco suono per nascondere l’emozione; il resto della trasmissione fu un susseguirsi di telefonate di donne e mamme commosse, tante ancora in lacrime… ma anch’io ero con la mente lontano, con loro. Quella forte e fragile donna non era più sola: malgrado le avversità e le miserie della vita, aveva vinto l’amore.

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