Opera Uno

Intervista con Yu

Yu risponde ad alcune domande sul suo libro “Petali di fiori sparsi” e sulla propria attività letteraria.

Il tema dell’abuso sui minori è il filo conduttore  della sua raccolta di poesie. Come è nata questa opera?
Non so rispondere esattamente. A volte, lavorare con l’abuso è molto faticoso: elementi non pensabili invadono il campo terapeutico  e domina l’angoscia, la mancanza di senso, l’impossibilità di trasformare in pensiero gli elementi tanto grezzi da essere spesso solo corporei. I ricordi frammentati, dissociati, scissi spesso vengono proiettati e il mio compito come terapeuta è “digerire” quel cibo indigesto per restituirlo al paziente in un modo che sia per lui, appunto, utilizzabile, perché sia cibo che dà energia. Per poter fare questo passaggio bisogna che gli elementi traumatici siano integrati nella storia di vita della vittima (ma anche di chi fa col suo agire una vittima) e non siano più nuclei di dolore incistati perché troppo traumatici per poter essere contenuti col pensiero. Così mi sono ritrovata a usare le immagini delle poesie. Poi una collega che le ha lette mi ha suggerito di farle leggere ai terapeuti in formazione perché poteva essere uno strumento utile per capire e da lì ho pensato di usarle con gli autori di reati sessuali. Un lavoro importante con queste persone è aiutarli a sviluppare empatia verso la loro vittima e per fare questo è importante, necessario che loro possano immaginare cosa l’altro ha provato. Un modo, più sicuro per tutti, per incontrare la vittima..

Perché ha scelto questo titolo?
Petali… sa di leggero. E io cercavo un modo leggero, semplice, fruibile e non tecnico. Poi mi è venuto in mente un racconto di una paziente, di anni fa. Ricordava le mutandine con la margherita di quando era piccola. Quando si svolgevano gli abusi, lei teneva le sue mutandine strette nel pugno e fantasticava di togliere un petalo dopo l’altro (mi ama o non mi ama, mi ama o non mi ama?) fino a che l’abuso non si concludeva. Quello era il suo modo per dissociarsi, per non abitare quel corpo violato, in quel momento. Oltre che un modo inconscio forse per interrogarsi sull’amore dichiarato da chi le faceva male: un parente, come spesso accade.

Cosa ha provato mentre scriveva queste poesie piene di dolore?
Forse in parte ho già risposto. Ma forse la domanda è al contrario… siccome quel dolore iniziava a essere condivisibile e contenibile, allora si è potuto provarlo e trasformarlo anche in parola. Ho provato dolore, ma anche speranza, ogni tanto infatti compariva uno sguardo presente, di cura. E non solo pericoloso e abusante.

Le problematiche legate alla violenza sui bambini, secondo lei, vengono tenute nella giusta considerazione dall’opinione pubblica e dalle istituzioni?
Le rispondo con dei dati. Le indagini di vittimizzazione ci dicono che i reati di violenza sessuale in italia non sono denunciate per il 90 % delle volte, e ci dicono anche che l’80% e oltre di questi reati avviene in famiglia.

Lei è una psicoterapeuta: al fine di favorire una maggiore sensibilizzazione sociale, pensa di scrivere anche un saggio su queste tematiche?
Non ci ho mai pensato. Sono state scritte fin troppe pagine sugli abusi, specie sui bambini, a mio parere, da colleghi ben più illustri di me. Io preferisco per ora limitarmi a questo sguardo “poetico” poco tecnico e spero fruibile a molti, magari anche come mezzo di prevenzione.

A quale pubblico di lettori propone la lettura di questa sua opera?
Credo che dalle scuole medie in poi possano leggerla tutti coloro che sono interessati. Alcune vittime potranno ritrovare pezzi di se stesse nelle parole e nelle immagini del libro e alcune potranno trovare parole per dire cose non ancora dicibili. Come spesso capita con le canzoni. A me capita spesso che i pazienti arrivino in seduta raccontandomi una canzone. Quella canzone parla di loro, ovviamente. Ma se le parole mancano, le possiamo prendere in prestito. Ecco, mi piacerebbe fossero le parole di chi ancora non può trovarle, ma in attesa che possa trovare le proprie, che sono le uniche davvero utili.

Quali messaggi intende trasmettere ai lettori?
Non ho messaggi particolari, vorrei si potesse capire come si può sentire una vittima. E le conseguenze nel lungo tempo degli atti di abuso, e con questo intendo riferirmi al senso più ampio che al termine abuso è stato mano a mano dato nel corso dei decenni.

Perché come autrice ha scelto uno pseudonimo?
Yu era un personaggio di un cartoon. Una bimba che si trasformava in una cantante sexy. Quando era una cantante il papà di Yu e il suo aiutante, che era una persona che a Yu piaceva molto e con cui amava giocare, erano follemente attratti da questa Creamy, non sapendo che era anche la loro figlia e amichetta. Rappresenta il doppio della vita dei bambini vittime di abusi famigliari. Chi fa male è anche chi ci ama e chi dà protezione, vita. Impossbile non amarlo. Poi, lo pseudonimo… non so se sia utile per i miei pazienti sapere che ho scritto questo libro. Ma chissà, sono pronta a cambiare idea. Non escludo nulla.

Le sue poesie evocano immagini in cui prevalgono la crudezza della violenza e il grande dolore dell’infanzia violata: in che modo la psicologia e la psicoterapia possono contribuire a restituire la serenità ai bambini abusati?
Spesso quei bambini arrivano nei nostri studi che sono già adulti o tardo adolescenti. Quello che cerchiamo di fare è ricostruire, rinarrare la propria storia in modo che possa comprendere anche le vicende traumatiche, che sono parte della nostra vita e non possiamo metterle in cassaforte lontane dal resto della vita, perché prima o poi ci tirano un pugno dal di dentro. Cerchiamo di rielaborare (parola molto complessa, ahimè) i traumi e lavorare sulle emozioni dominanti, quali la vergogna e la colpa, per poter essere in pace e lasciare il passato al passato, senza che colonizzi il futuro.

Ha scritto anche poesie che trattano temi diversi?
No. Non che ricordi, di certo non pubblicate.

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Opera Uno. Rassegna di autori, libri e creatività letteraria

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