Opera Uno

Intervista con William Marino

William  MarinoWilliam Marino risponde ad alcune domande sul suo libro “140 passi” e sulla sua attività letteraria.

“140 passi” è un racconto non molto lungo ma che colpisce per l’intensità del suo contenuto. Qual è il motivo per cui l’ha scritto?

La scrittura è stata sempre la mia passione; ricordo che già da adolescente riportavo per iscritto quello che provavo a livello emotivo. E il periodo in cui ho scritto il racconto era così ricco di sfumature intense che avevo voglia di parlarne, di raccontarle.

Il protagonista del racconto ha la mente occupata dal ricordo delle persone che ama. Quale importanza rivestono secondo lei gli affetti nella vita di una persona?

Sì, il protagonista ha la mente occupata dalle persone che ama: gli amici, il suo compagno e suo padre. Tutto il racconto ruota sui rapporti affettivi, a prescindere se siano amicali o parentali. Quindi, sì, sono convinto che gli affetti, l’amore, siano molto importanti nella vita. Regalano l’opportunità di non sentirsi soli e danno la forza di proseguire anche se le circostanze non aiutano.

La lettura del racconto è molto coinvolgente. Quali sono gli elementi che secondo lei catturano maggiormente l’attenzione dei lettori?

Il racconto, credo, anche se non è molto lungo, dà la possibilità di spaziare coi ricordi; una parte narra il periodo adolescenziale, un’altra la relazione sentimentale col compagno e infine la morte del padre. Ricordo che quando presentai il mio racconto un mio amico lesse alcuni brani; e quando interpretò la parte in cui si parla della perdita del padre, alcune persone del pubblico si commossero… rividero in parte un’esperienza personale; altri, invece, constatarono l’effettivo isolamento del protagonista e la difficoltà di vivere la propria omosessualità. Comunque credo che la parte più forte, quella che è rimasta più impressa, sia quando narro la sessualità del protagonista. È un passaggio molto crudo, freddo, in cui parlo di un sesso senza piacere, guidato dal desiderio di farsi del male.

Il protagonista del racconto è angosciato dal pensiero di perdere la persona che ama e pensa al suicidio. Al di là della narrazione, cosa pensa lei di questo argomento?

Riguardo al suicidio o alla perdita? Rispetto al primo punto non ho molto da dire; quando si trattano determinati argomenti si rischia sempre di dare un giudizio molto superficiale. Ogni persona singola sviluppa un concetto del suicidio in base al proprio vissuto; non tutti pensano di suicidarsi, ma chi lo considera, ovviamente, avrà i suoi motivi o qualcosa da dire: alle volte è solo una richiesta d’aiuto, un modo per attirare l’attenzione degli altri e farsi ascoltare. Cosa dire? Se è giusto o sbagliato? Il pensiero o l’atto non può essere giudicato. Anche il protagonista del racconto ha questa voglia di lasciarsi andare, ma non è detto che lo farà. Riguardo al secondo argomento, la sensazione di abbandono che si prova, nel lasciare o essere lasciati, può essere molto dannosa per il proprio stato d’animo, soprattutto se i motivi di una separazione sono dovute a cause non imputabili all’amore. Mi spiego: quando il sentimento d’amore finisce, lasciare una persona dà una sensazione liberatoria, di essersi tolto un peso e di aver guadagnato fiato. Ma quando, come nel racconto, il motivo può essere il tradimento e l’incapacità di gestire l’infedeltà – perché si fa un connubio tra adulterio e fine del rapporto – allora la possibile separazione può essere vissuta come un dramma; con una sensazione di abbandono, di solitudine e un senso di colpa che uccide. E da qui, la percezione di aver perso ogni cosa. Nel racconto il protagonista ha già perso un padre e ha paura di perdere ulteriormente un’altra persona che ama; è una pressione così forte, così difficile da sostenere che il pensiero di lasciarsi andare potrebbe essere l’unica soluzione.

Lei si dedica allo studio della psicoanalisi: come ritiene che si possano affrontare i pensieri opprimenti?

(sorride) Con l’analisi! Fare un percorso psicoanalitico permette di sciogliere alcuni nodi e di andare avanti. L’analisi non dà soluzioni, ma la possibilità di gestire le problematiche in maniera diversa; permette di riconoscere qual è la causa di quel sintomo e di non averne più paura; consente di accogliere i propri desideri senza ansia. A volte si crede che nel quotidiano le decisioni prese siano corrette, esatte, pur notando o percependo una leggera incongruenza. Ci si chiede perché a volte si commette lo stesso errore; ci si ripete che quello sbaglio non verrà più ripetuto… e invece, si è quasi sempre daccapo. L’analisi permette di voltare pagina e migliorare le nostre scelte. Oppure viverle più serenamente.

E cosa si può fare per superare problemi simili a quelli del protagonista di “140 passi”?

Sempre ricorrere all’analisi. Nel racconto infatti il protagonista fa analisi. E lo richiede ogni volta. Riconosce che il percorso analitico intrapreso lo condurrà fuori da quel vicolo cieco. All’inizio il protagonista esordisce dicendo che la sua vita è un insieme di frammenti… l’analisi lo porterà a una unificazione, a un consolidamento della sua identità. Il suo “lasciarsi andare” non è solamente un pensiero suicida, ma anche la necessità di lasciarsi andare nell’analisi, di progredire, di vivere. Può essere un percorso lungo, difficile; dipende dalle problematiche personali e dalla voglia anche di affrontarle. Però il protagonista sa che l’impegno ne varrà la pena.

Come si svolge la sua attività di scrittore? Come riesce a conciliarla con altre attività? Quali sono i momenti in cui scrive?

Mi ritengo fortunato perché ho un lavoro che mi permette di avere molto tempo libero; questo mi consente di gestire al meglio il tempo, di riflettere senza sentirmi stanco da altre attività. Quando ho scritto il racconto, inizialmente, mi impegnavo solo di sera; dopo cena, con una bottiglia di vino accanto (sorride), accendevo il mio schermo e scrivevo. Successivamente, quando il racconto aveva iniziato a prendere vita, allora il desiderio di mettere nero su bianco proseguiva anche di mattina e dedicavo l’intera giornata al racconto.

Come scrittore qual è il suo sogno nel cassetto?

Di essere tradotto in diverse lingue, ma è un sogno e lo so. Il mio piacere, la mia soddisfazione, è constatare che ciò che scrivo piace e rimane nella vita del lettore. Ma credo che dovrò esercitarmi a lungo per arrivare a questo punto. Con questo racconto ho raggiunto un traguardo, ora spero di andare avanti e superarlo. Sì, questo è il mio desiderio: migliorare.

Ha in programma la scrittura di nuovi racconti, romanzi, poesie?

Sì, ora ho iniziato a scrivere altro, ma piuttosto che un racconto, mi piacerebbe scrivere un romanzo. In mente avevo due progetti, due storie da sviluppare, e ho scelto quello che secondo me è più difficile. Spero di riuscirci perché credo che possa essere un buon lavoro, che possa piacere. Per ora non ne parlo perché ancora sono alle prime fasi, comunque anticipo che il protagonista, questa volta, avrà 65 anni e affronterà a livello emotivo delle scelte prese a 35 anni. Col primo racconto ho affrontato più un dramma del protagonista; col nuovo invece mi piacerebbe trattare la rabbia e, quindi, la voglia di agire per cambiare uno stato sociale.

Quando scrive intende lanciare dei messaggi al mondo? Quali?

Sì, che non siamo soli; che certi pensieri non appartengono solo a noi, ma tanti altri condividono le nostre stesse esperienze. Scrivendo, faccio il primo passo. “140 passi” ha questa impronta: mettere a nudo uno stato d’animo e parlarne. Spero di riuscire a trattare diverse emozioni coi miei successivi racconti o romanzi. Spero… (sorride).

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