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Intervista con Sofia Andreotti

Sofia AndreottiSofia Andreotti  risponde ad alcune domande sul suo romanzo “La dea della luce” e sulla sua attività letteraria.

Cosa l’ha indotta a scrivere il romanzo “La dea della luce”?
Niente di particolare, nessun motivo scatenante in realtà. L’ho scritto perché, un po’ alla volta, “mi è apparso”. Era lì, dovevo solo metterlo nero su bianco.

Da chi o cosa sono state ispirate le vicende narrate?
Quando ho cominciato a pensare al romanzo, l’idea è stata quella di scegliere un protagonista che non fosse il “buono” della situazione. Non volevo parlare di qualcuno che fosse animato esclusivamente da buone intenzioni e che venisse continuamente ferito dalle vicende della vita o dalle persone che lo circondavano. Volevo un personaggio con un lato “oscuro”. Delle ombre da raccontare, da indagare perché ogni persona è fatta di luce e ombra e volevo scegliere dei personaggi reali. Da qui nasce l’idea di Luce che è una ragazza giovane e solare e quindi sembra permeata da una sorta di purezza che nella realtà dei fatti non ha, perché si porta dentro un segreto per certi versi scabroso. Questo non la rende una persona cattiva, la rende semplicemente una persona.

Ha preso spunto da circostanze reali o si tratta più di elaborazioni immaginarie?

Prendo spunti dalle cose che mi capitano, anche saltuariamente. Diciamo che rubo alla vita reale ciò che mi serve per rendere una situazione all’interno del romanzo. Per esempio, ho scritto il capitolo del ricovero di Tosca dopo essere stata in ospedale in visita ad una parente, oppure ho inserito il personaggio di un fisioterapista perché, per alcuni anni, ho fatto a mia volta fisioterapia, ma nulla più.

Quale passo di questo romanzo ritiene più significativo o le sta più a cuore?
Amo tutto di questo romanzo. Se mi mettessi a rileggerlo, con perizia, sono certa che ne riscriverei delle parti, per migliroarlo, ma amo ogni singola pagina. Il capitolo che amo di più, però, è quello della mostra. Di quando Luce va a vedere la mostra di Lory e scopre il quadro che raffigura Tosca: la trovo una scena davvero affascinante ed evocativa.

Se dovesse definire con un aggettivo il suo libro, quale sceglierebbe?
Appassionante.

Quest’opera contiene un messaggio? A chi ne consiglia la lettura?
Non so se si possa parlare proprio di “messaggio”. C’è qualcosa che voglio dire, questo è indubbio. Luce commette degli errori, imperdonabili per alcuni versi, ed invece viene perdonata. Sbaglia, realizza l’errore e trova il modo per risollevarsi, per superarlo e smettere di sbagliare. Si allontana da ciò che ama di più, ma poi trova la strada per riavvicinarsi. Il “messaggio” è che non importa quanto sbagli, importa quanto sai ricominciare. Riuscire a rimediare agli errori commessi, imparare ad andare avanti e non commetterli più, questa è la vera ricchezza. Sbagliare ti permette di misurare la persona che sei e capire la persona che vuoi diventare. Sembra assurdo, ma “sbagliare” non fa di te una persona peggiore. Sbagliamo tutti , è quello che fai dopo aver sbagliato che fa la differenza.

Come nasce in lei l’idea o l’esigenza di scrivere?
Credo che “esigenza” sia davvero la parola esatta. Io sento proprio il bisogno di scrivere, al di là della passione che la scrittura rappresenta (il culto della parola). Posso stare anche per tempi lunghissimi senza scrivere, anni, ma poi ricomincio sempre. Credo che semplicemente faccia parte di me. È come mangiare. Puoi non mangiare per giorni interi, ma prima o poi ricomincerai a farlo e non c’è pericolo di dimenticare “come si fa”.

Ha abitudini particolari legati allo scrivere?
In realtà ho un’abitudine strana. Per scrivere, metto sempre in sottofondo una selezione di canzoni di Sagi Rei. Sempre la stessa, da anni. Non so, mi regala la pace e la concentrazione che mi sono necessarie per creare.

Il suo rapporto con la lettura? Che genere di libri legge?
Io adoro leggere, soprattutto i libri stampati. Non so, ogni pagina mi sembra un po’ magica! Leggo soprattutto la sera, prima di addormentarmi, oppure nei momenti di pausa per rilassare la mente. Il genere letterario che preferisco è quello dei romanzi rosa. Un genere che invece non mi piace molto è quello dei fantasy. Amo leggere storie di persone in cui mi posso identificare. Questo mi aiuta a capire i sentimenti dei protagonisti. Alla fine del libro dico: “Ma guarda un po’, sarebbe potuto capitare anche a me” e questa è la cosa che mi piace di più.

Secondo lei scrittori si nasce o si diventa?
Secondo me si nasce scrittori, ma questo non significa che lo si è dalla nascita. Si può scoprire questo talento anche più avanti negli anni. La scrittura è una cosa che hai dentro e non si può insegnare. Te la possono tirar fuori, questo sì, ma solo perché è dentro di te.

Si sta dedicando alla stesura di nuove opere?
Credo che finché avrò fiato in corpo, scriverò sempre delle storie. Quindi sì, ho in programma la stesura di nuove opere.

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