Opera Uno

Intervista con Massimo Lanzaro

lanzaro_massimo_250x250Massimo Lanzaro risponde ad alcune domande sul libro “DSM Cinema! – I film che spiegano la psiche“.

Come è nata l’idea di scrivere il libro “DSM Cinema! – I film che spiegano la psiche”?
L’idea mi è venuta in mente alla conferenza stampa di un film, in cui il regista raccontava la sua opera mentre a me era sembrato di aver visto, per così dire, molto altro nella caratterizzazione dei personaggi. Ho realizzato che in effetti la stessa narrazione inquadrata con una chiave di lettura psicologica può non essere negli intenti di chi scrive una sceneggiatura, ad esempio. Ci sono casi diametralmente opposti: in “American Sniper”, il recente film di Clint Eastwood ad esempio, si parla chiaramente di persone affette da Disturbo Post Traumatico da Stress.

I testi contenuti nel libro, quindi, non sono delle semplici recensioni di film. Cosa ha voluto evidenziare per ogni titolo che ha considerato?
Ho voluto evidenziare aspetti psicopatologici o psicologici di cui lo spettatore  probabilmente ignorerebbe l’esistenza anche dopo aver visto il film. Chi ha sentito parlare di una diagnosi, ad esempio, di “Sindrome di Asperger“, può vedere “Zoran” e farsi un’idea più precisa di cosa sia, al di là dell’etichetta diagnostica (che nel film non viene menzionata). In “Reality” di Garrone vengono fotografate alla perfezione alcune distorsioni che portano sovente alla stigmatizzazione, non riconoscimento, minimizzazione di problemi legati alla sofferenza psicotica, che se curati tempestivamente potrebbero essere risolti o quanto meno gestiti meglio. In “Supercondriaco” anche un cinefilo potrebbe non sapere che il protagonista in realtà soffre di una sindrome ossessivo-compulsiva con rupofobia e non di una semplice ipocondria. Ozpetek nel suo “Allacciate le cinture” descrive le fasi di reazione alla perdita secondo il modello di Kübler-Ross. Altri esempi: parlo di stalking tramite “L’inferno“, diretto da Claude Chabrol, un film non recentissimo; dei meccanismi psicologici dell’abuso e dipendenza da internet e cyber-porn in “Don Jon“; passando per l’inquietudine, labilità affettiva e depressione disforica di “Blue Jasmine“.

Quali criteri ha seguito per scegliere i film da presentare nel volume?
Mi ispiro ai criteri diagnostici del (nuovo) DSM, che si dice dovrebbero essere usati con cautela in clinica, non certo come una bibbia, quindi con ancor più cautela quando si usano per rispecchiare il cinema. Insomma le mie riflessioni vanno intese cum grano salis. “Cinepsicorecensione” è il tentativo di fornire una chiave di lettura filmica che non sia necessariamente interpretativa (e complicata), come quella ancora in voga e ampiamente usata da alcuni freudiani, lacaniani, post-freudiani etc. Ad un primo livello provo semplicemente ad analizzare se possibile il processo psicologico che un film descrive, in maniera divulgativa e fornendo i relativi riferimenti letterari.

Un film può aiutare gli spettatori a capire il proprio inconscio?
La psichiatria e il cinema hanno in comune il tentativo (con intenti ed approcci ovviamente diversi) di comprendere, spiegare e prevedere, seppure nella maniera frammentaria che ci consente la vastità e il mistero dell’anima, i sentimenti, i comportamenti, le emozioni e più in generale le vicende umane. E sviluppando questo metodo è possibile trovare tracce di se stessi: nel processo di coinvolgimento quando guardiamo un film emergono contenuti e meccanismi inconsci che possono rivelarsi un materiale prezioso per la loro amplificazione, alla stregua di sogni e fantasie. Il cinema (la sala cinematografica) è in fondo come un piccolo utero, dal buio del quale abbiamo spesso la possibilità di uscire in parte trasformati, a volte quasi un po’ rinati.

Qual è il legame tra arte e psicologia?
Credo che le sfaccettature di questo binomio siano complesse ed articolate, ma ipersemplificando possiamo inizialmente identificare almeno un duplice legame. Da un lato l’esperienza artistica (come pratica e come fruizione) è considerata, nella nostra cultura, una dimensione separata dalla vita quotidiana e prerogativa di specialisti detentori di un sapere difficilmente accessibile. Riportare tale dimensione (quella della creatività) alla luce della quotidianità dell’esperienza di ogni essere umano, può essere un obiettivo della psicologia. Dall’altro la psicologia dell’arte è una disciplina che si occupa di indagare e spiegare i processi psicologici coinvolti nelle esperienze di produzione e di fruizione di un’opera d’arte. Dato il suo carattere intrinsecamente pluri e inter disciplinare, è difficile delimitarne a priori i settori di pertinenza e definirne lo statuto teorico e metodologico.

Lei fa spesso riferimento a Jung. Perchè lo psichiatra svizzero non si è mai soffermato particolarmente su questo fenomeno?
Al di là di una sorta di antipatia per la modernità in sé, esiste forse per questo genere di domande una risposta diversa: la critica non detta di Jung al cinema è lo stesso difetto dell’analisi, quando venga considerata come un momento delimitato e non un atteggiamento nei confronti della vita intera. Andare al cinema può essere un semplice momento di fuga dalla vita quotidiana, un compartimento avulso dal resto, un paio d’ore d’aria e/o di alienazione, una perdita di tempo senza conseguenze. Jung scrisse nel breve saggio intitolato “Il problema psichico dell’uomo moderno“, nel 1928: “Il cinematografo (…), come i romanzi polizeschi, permette di vivere senza pericolo le emozioni, le passioni, le fantasie, destinate, in un’epoca umanitaristica, a dover soccombere alla rimozione“. Non contatto critico con l’imperituro dunque ma, al massimo, momento di evasione da una realtà all’altra, senza curarsi che le due si tocchino: fruizione inconsapevole, sorta di anestesia. Anche se questa è una possibilità più che reale, nel mio volume mi sforzo di provare che è possibile anche il contrario: il cinema non estingue la fiamma delle emozioni perchè ci permette di identificarci e viverle senza pericolo, anzi può fornirci uno strumento per comprenderle meglio e portare poi nel mondo una rinvigorita e più consapevole voglia di fare anima.

Cosa vuole comunicare ai lettori con questa sua opera?
Attualmente le mie cinepsicorencensioni sono ospitate anche dal blog del Prof. Gabriele La Porta, filosofo, conduttore radiotelevisivo, già direttore di Rai2 e RaiNotte. Coloro a cui piace ciò che scrive Gabriele di solito leggono e commentano con partecipazione i miei scritti. Ma il volume si rivolge agli studenti di medicina, psicologia, agli operatori sanitari ma anche in genere a tutti coloro che, all’uscita di una sala cinematografica sentono che dopo il mi piace o non mi piace, manchi qualcosa…

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