Opera Uno

Intervista con Arnaldo Ninfali

Arnaldo NinfaliArnaldo Ninfali risponde ad alcune domande sul suo libro “Scandalo ’60” e sulla sua attività letteraria.

Come è nato “Scandalo ’60”?
Il romanzo è nato dal ricordo indelebile di alcuni giorni di vero panico che vissi da ragazzo, quando, nei primi anni ’60, soggiornavo in collegio. Quei pochi giorni in cui si consumarono quegli scandalosi eventi furono per me così traumatici che ho sempre desiderato raccontarli, non trovando mai, tuttavia, l’occasione e gli stimoli giusti per andare oltre le buone intenzioni. Finché, nell’agosto del 2001, in quel di Urbino, nella quiete e all’ombra del campeggio in cui mio figlio ed io avevamo piazzato il nostro camper, cominciò l’avventura che, tra innumerevoli interruzioni e riprese, mi ha portato a pubblicare il mio primo libro.

Le vicende narrate sono quindi ispirate da fatti reali e si tratta di un’opera autobiografica…
Esattamente. I fatti, i personaggi e, aggiungerei, il contesto sono reali. Il luogo in cui sor­geva il collegio, per intenderci, è Castiglione dei Pepoli, un’amena località turistica sull’Appennino tosco-emiliano che consiglio a tutti di visitare. La fantasia, però, ha fatto anch’essa la sua parte, come del resto è giusto che sia in qualsiasi opera letteraria. Ha fatto la sua parte soprattutto nell’immaginare plausibili sviluppi in base al proporsi di inaspettati eventi. L’autobiografi­smo della storia è dunque evidente.

La lettura del romanzo è piacevole e coinvolgente. Può riassumere in breve la trama?
Lo “scandalo” che dà il titolo al romanzo nasce da una gita di fine anno scolastico 1962/1963. La meta è la “licenziosa” Francia, dove un gruppo di adolescenti di terza media acqui­sta un certo numero di astucci contenenti delle carte da gioco che ritraggono discinte figure femmi­nili. Al ritorno in collegio, uno di questi astucci viene sequestrato da un prete e il suo possessore immediatamente spedito a casa. Da qui inizia una fase inquisitoria che viene vissuta dall’io narran­te, Rolando Natali, anche lui in possesso di quella scottante mercanzia, con molta ansia, poiché la prospettiva di dover affrontare la madre con un argomento così intimo e scabroso lo sconvolge. Purtroppo, gli eventi volgono al peggio e anche per lui c’è la sospensione. Durante il viaggio di “ritorno a Ferrara”, però, Rolando avrà modo di riflettere su sé stesso, su quegli errori che lo hanno condotto in collegio, sul rapporto coi propri genitori e con la scuola. Sarà aiutato, nel pro­prio esame introspettivo, da una ragazza più grande di lui incontrata per caso, la quale saprà far­gli vedere la vita sotto prospettive sconosciute e lo renderà  più maturo, consapevole e capace di affrontare virilmente la resa dei conti con la madre.

È stato molto laborioso per lei descrivere gli avvenimenti e le atmosfere che si vivevano in un collegio negli anni ’60?
La scrittura in generale, dall’esperienza che ne ho, confermata anche dalle testimonianze di molti narratori di successo, è un’attività molto difficile. Nel caso specifico di questo libro, lo è stata in modo particolare perché, per chi è all’inizio, mettere in pratica la regola narrativa del “mostra­re” invece di “dichiarare” necessita di lungo e paziente tirocinio; come, del resto, le descrizioni di luoghi, personaggi e contesti. Di un dato personaggio, ad esempio, è più facile dire “è simpatico”, piuttosto che lasciare al lettore la facoltà di provare simpatia per lui attraverso gli atti che compie e le parole che pronuncia. Posso dire, dunque, che questo libro per me è stato, prima di tutto, un prezioso, profi­cuo, laboratorio di scrittura, poi il prodotto delle mie maturate disposizioni letterarie.

Quali sono gli elementi che secondo lei catturano maggiormente l’attenzione dei lettori?
Forse la suspense dell’iniziale fase inquisitoria vissuta in collegio; o i ritorni al passato del ragazzo, attuati da una serie di flash back che interrompono la narrazione del viaggio e aumentano la curiosità di giungere all’epilogo della vicenda. Ma i lettori, si sa, hanno tutti sensibilità diverse e possono cogliere una molteplicità di temi, spesso ignoti persino all’autore, sui quali può soffermar­si la loro curiosità.

L’atmosfera che traspare nel suo romanzo appare un po’ nostalgica…
Sicuramente, una persona di sessanta anni che racconta una storia accadutagli “al tempo della (sua) verde stagione”, come direbbe il noto secentista manzoniano, non può che provare nostal­gia per gli anni della propria giovinezza. Quanto al mio racconto, direi che in esso è presente an­che la nostalgia delle radici, quel sentimento che i casi della vita mi hanno fatto sperimentare personalmente. Lo struggente addio a Ferrara che Rolando vive sulla terrazza di casa la mattina del 2 ottobre 1960, prima di partire per il collegio, precede di otto anni quello che personalmen­te ho vissuto, con tutte le lacerazioni e i tormenti che esso ha comportato. Credo che non sarebbe stata scritta quella pagina se non fosse stata il frutto di esperienza vissuta. Quindi è la nostalgia di Ferrara che si respira nel mio libro, anche se, purtroppo, di una Ferrara che ormai non c’è più.

A chi consiglia la lettura del suo libro?
Intanto, direi, ai giovani; a quelli, soprattutto, che vivono in modo conflittuale il rapporto con i genitori e la scuola. Immedesimandosi in Rolando e partecipando alla conversazione che questi intrattiene con Chiara, potranno infatti capire che il sapere non serve per compiacere i genitori o per pavoneggiarsi coi bei voti, ma per essere liberi e consapevoli dei propri diritti e doveri. Solo dopo aver appreso questa verità, riusciranno ad amare lo studio. E se ciò ugualmente non dovesse acca­dere, Rolando insegna, ancora, a non dissipare il patrimonio di fantasia e creatività presente in ogni individuo: per farla breve, i sogni dispersivi dello studente mediocre possono diventare mate­ria di creazione artistica e di realizzazione delle proprie attitudini. È chiaro, a questo punto, che il mio libro può essere letto anche dai meno giovani di ogni età, ge­nitori o nonni impegnati nella loro opera educativa. Forse vi impareranno a non pretendere troppo dai loro figli e nipoti e far loro vivere la scuola in modo più sereno: perché spesso accade che i ra­gazzi soffrano molto sentendosi incapaci di soddisfare le aspettative dei genitori.

Con quali modalità svolge la sua attività di scrittore?
La mia attività di scrittore si esplica su due fronti: da un lato collaboro con un giornale sporti­vo on-line che si chiama CHESPAL.IT, per il quale curo la rubrica “libri e racconti”. Questa col­laborazione, che ho intrapreso dopo aver raggiunto il pensionamento (ho insegnato lettere al Liceo fino all’anno scolastico 2010/2011), mi dà la possibilità di un approccio al tifo calcistico basato sì sulla passione, ma anche sulla riflessione e il rispetto delle passioni altrui. Insomma, sarà per de­formazione professionale, sta di fatto che in questo mio impegno si esprime ancora la funzione che ho esercitato a scuola per tanti anni. Il secondo fronte della mia attività di scrittore, naturalmente, è quello delle storie che scrivo e che spero incontrino il favore dei lettori. Scrivo soprattutto al mattino, perché con la mente fresca le idee sono più lucide e scattanti. Non è difficile conciliare lo scrivere con altre attività: le giornate sono lunghe e gli impegni, quando si è in pensione, si possono distribuire in modo agevole.

Quali obiettivi ha raggiunto come scrittore? Ha il classico sogno nel cassetto?
Per me, l’obiettivo più gratificante raggiunto con la scrittura è di essere riuscito a provocare emozioni nei lettori. “Scandalo ’60”, essendo un romanzo realistico che stimola l’esperienza di molti miei coetanei che furono miei compagni di collegio, mi ha fatto ritrovare molti di essi. Ebbene, mi dicono che sono riuscito a far loro rivivere quel clima e quelle sensazioni che fanno parte dei loro incancellabili ricordi. Ecco, per me, questo obiettivo, per altro non programmato, mi ha dato tanta soddisfazione. Si pensi che i miei amici del collegio hanno addirittura organizzato, per il 23 marzo prossimo, una presentazione del libro all’interno del collegio stesso, in quella che un tempo fu la cappella per le nostre preghiere e oggi un’aula magna ad uso manifestazioni comu­nali. Quel giorno sarà per me davvero emozionante. Un sogno nel cassetto? Riuscire a raccontare sempre meglio la vita come io la vedo e sento, così che le mie pagine possano risultare un’utile materia di confronto per chi riterrà di accostarsi ad esse. Quando scrivo immagino di dialogare col lettore, come per ricevere da lui, in cambio, la sua visione della vita. Scrivere e leggere aiuta a conoscere noi stessi ed è bello pensare che, per questo obiettivo, ci aiutiamo vicendevolmente.

Ha in programma la scrittura di nuovi racconti, romanzi, poesie?
Intanto devo dire che nei prossimi mesi uscirà un volume di dieci racconti, sette dei quali ambientati a scuola e tre di argomento vario. Poi ho nel cassetto un certo numero di poesie che si sono mate­rializzate nell’arco di tutta la mia vita. Non sono molte, una quarantina circa, perché le ho scritte solo quando sentivo il bisogno di farlo, e segnano stati d’animo autentici, veramente vissuti. Infine c’è un romanzo, di cui ho già abbozzato la trama e scritto un plausibile incipit: vedremo come e quando si svilupperà.

La sua scrittura contiene dei messaggi per i lettori?
Credo che l’arte, in tutte le sue forme, abbia un elemento in comune: la riproduzione del reale mediata dalla sensibilità dell’artista. La letteratura, pertanto, come la pittura, la musica, ecc., vuo­le raccontare l’essere, così come lo scrittore lo vive e percepisce. Il suo mezzo espressivo è la parola, non i colori del pittore. Così tocca allo scrittore mettere i colori nelle parole che usa, in modo che alla fine la sua opera produca emozioni, come avviene nella rappresentazione figurativa. Dunque, prima procurare emozioni! Poi, ciascun lettore saprà cogliere il messaggio più aderente alla propria sensibilità.

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