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Intervista con Antonio Pastorini

Antonio PastoriniAntonio Pastorini  risponde ad alcune domande sul suo libro “Il coraggio degli Italiani” e sulla propria attività letteraria.

“Il coraggio degli Italiani” è un romanzo particolare. Può accennare brevemente alla trama?
Nell’Italia fiaccata e al crepuscolo della seconda repubblica, un’incursione armata nello studio di un noto programma televisivo di approfondimento politico, proclama radicali mutamenti. D’un tratto pare giunta la fine delle istituzioni repubblicane. L’obiettivo degli incursori, i Miliziani, non è il Terrore, ma riaffermare i meriti e i primati di una nazione, che ha perduto la conoscenza e l’orgoglio del proprio valore. Quella dei Miliziani non è prevaricazione rozza, o facile sberleffo ad una cialtrona casta politica, ma volontà di risvegliare un popolo, riaffermando identità e punti di riferimento ideali. I rivoltosi hanno una via per la rinascita, ma i loro piani si complicano per l’imprevisto e rapido precipitare degli eventi. Infatti, distruttivi e violenti, nelle strade di Roma incombono i Becchini, crudeli antagonisti dei Miliziani, che, a modo loro, pretendono di attuare l’ordine naturale delle cose. La Città Eterna è oltraggiata. Lo stesso papa è rapito e il Senato italiano messo a ferro e fuoco. Anche il Presidente della Repubblica è fatto prigioniero. Alla fine i Miliziani prevalgono, grazie ad un anziano eroe del Regio Esercito italiano, Amedeo Guillet. A dispetto dei suoi 101 anni, densi di inverosimili avventure, forte dei Cavalieri Alati, con coraggio, compirà l’ultima impresa. Ma la fine del romanzo riserva una sorpresa…

Come è nata l’idea di scriverlo? È un romanzo di “fantapolitica”?
Personalmente sono convinto del grande valore degli italiani; non solo dei grandi del passato, ma anche di quello dei contemporanei. Non si diventa per caso o per circostanze fortuite la quarta o la quinta economia industriale del pianeta. Dietro il duraturo primato c’è gente vera, in carne ed ossa, che con coraggio, onestà, intelligenza, sacrificio e ambizione ogni giorno lotta, per competere ed affermarsi, onorando il paese. Ebbene di questa Italia meritevole e importante non c’è adeguata considerazione, né risalto, nelle televisioni e nella stampa. Anzi, il contrario. I nostri ragazzi, in genere, non hanno consapevolezza di appartenere ad una grande nazione, che ha insegnato al mondo il diritto, l’arte, l’architettura, la musica, la buona cucina e non solo. Primeggiamo negli sport. Sommando i risultati delle varie discipline di tutte le manifestazioni olimpiche, mondiali e continentali siamo sul podio dei migliori. Abbiamo molti ed importanti contributi nelle scoperte e nelle tecnologie, ne cito solo alcuni: plastica, reattore nucleare, telefono, radio, motore a scoppio, elicottero, radar, primo processore Intel, MP3, e altro. Eppure restiamo un paese malato di esterofilia. Nel linguaggio parlato e scritto si abusa di termini anglofoni, dimenticando la ricchezza dell’italiano. Alla fine, però, complici i media e una scadente rappresentanza politica, l’immagine che s’impone è quella di un’Italia cialtrona, mafiosa, corrotta, incapace ed afflitta da complesso d’inferiorità. Stanco di questa ingiusta rappresentazione ho pensato di scrivere il “Coraggio degli Italiani”. Inizialmente pensavo ad un pamphlet, alla fine mi sono avventurato in un tentativo di romanzare la difesa del buon nome dell’Italia. Il genere è eclettico. A tratti utopico, fantapolitico, ma anche epico e satirico.

Nella sua narrazione c’è più divertimento, ironia o amarezza?
Mi sembra prevalga l’amarezza. Non solo per la situazione del nostro paese, ma per l’aleggiare nella narrazione di una crisi di civiltà mondiale, complicata da risolvere, perché non solo di congiuntura economica, ma demografica, religiosa, di insostenibilità del modello dominante di sviluppo e, forse, non ancora veramente percepita dalla maggioranza della gente.

Cosa direbbe ad un potenziale lettore per invitarlo ad acquistare il suo libro?
Chi ha letto il romanzo mi dice di essersi immedesimato nei personaggi, che destano nel lettore quella coinvolgente complicità, tanto da illuderlo di essere un coprotagonista degli eventi narrati. Se qualche volta lo si è pensato o se ne avuta voglia, leggendo il libro, si può provare l’esperienza virtuale di assestare uno schiaffo a chi mal ci rappresenta. Mi piace anche evidenziare la sottile, e in alcuni casi non banale, venatura di lirismo epico, che squarcia piacevolmente le parti di puro pensiero narrato.

Nel suo romanzo vengono messi in discussione alcuni concetti base della nostra società. Può dirci quali sono e come dovrebbero essere cambiati secondo il suo punto di vista?
La democrazia e il liberismo economico sono i due concetti sacri che vengono messi in discussione. Ma anche il significato stesso di libertà individuale viene rielaborato. La democrazia rappresentativa o parlamentare è sempre stato un sistema di governo imperfetto. La potestà effettiva di governare non è mai veramente appartenuta al popolo, ma a corporazioni o gruppi di potere in grado di condizionare e, a volte, manovrare i rappresentanti eletti. Il limite, dunque del sistema, risiede principalmente nel dipendere dal grado di elevazione etica dei singoli delegati. Inoltre, nei momenti difficili dove è richiesto il coraggio di scontentare più di qualcuno per salvare la barca comune, la democrazia appare lenta e troppo compromissoria. Il problema, dunque, prima di sacralizzare la democrazia rappresentativa in un totem indiscutibile, è quella di forgiare i cittadini e farli elevare ad autentico popolo, capace di anteporre la forza della collettività all’asociale vantaggio individuale. Governare richiede un popolo ed uno strumento di gestione del potere. Se manca il popolo, ogni strumento è inadeguato. Per forgiare una collettività è necessario un fabbro: il governo dei migliori, l’utopia de “Il coraggio degli Italiani”. Per quanto riguarda, poi, il liberismo economico la sua inadeguatezza a garantire un po’ di felicità a tutti è testimoniata dall’insostenibilità degli attuali ritmi di consumo e di ipercompetitività individuale. La soluzione, anche qui, passa attraverso un’elevazione spirituale delle persone e migliorare il capitale umano. Bisognerà potenziare istruzione e tecnologia, ma anche inventare un sistema che garantisca il minimo dignitoso vitale a tutti. Andremo, necessariamente, verso un modello dove si dovrà possedere meno e condividere di più. O sarà catastrofe. Infine la libertà è ridefinita come volontà di servizio e non come asservimento a primitive pulsioni ed appetiti individuali, compreso distruttive volontà di potenza.

Al di là dell’invenzione letteraria, qual è il messaggio che con questo libro intende lanciare?
Siamo entrati in un tempo dove molto di quello che si è sempre considerato incrollabile, necessariamente muterà. Geopolitica mondiale, chiese secolari, modelli sociali, sistemi di istruzione, ecosistemi e sedimentati tabù si trasformeranno. Inoltre l’idea di uomo razionale e, per questo, potente, che si è illuso di poter illuminare il volto di Dio o denudare la verità, ha iniziato a vacillare. Sempre più emerge un mondo di dolore governato o, meglio, dominato ancora da primitive pulsioni individuali quali avidità, egoismi e darwinismo sociale, che alienano e aggiungono sofferenza. Bisogna farsi consapevoli che arrabattarsi a salvarsi come singoli individui, non riconoscendo l’altro o le cose naturali come un diverso sé stesso, conduce solo al deserto. Non solo esistenziale. Bisogna elevarsi per percepire il severo monito della caducità e della morte fisica. Sono convinto che con queste comuni sensibilità ci si accorgerà di quanto sia povero ed inutile corrompere o farsi corrompere, ammazzare o prevaricare, o costruirsi una piccola oasi in un oceano di deserto che avanza. C’è molto da fare per diminuire il dolore il mondo e la speranza è che gli italiani di oggi, con coraggio, come avvenuto nella storia di Roma antica o del Rinascimento possano dare un proprio contributo per inventare una migliorata civiltà. Questo il messaggio.

Com’è nata la sua attività di scrittore? Scrive molto?
Credo che per arcane ragioni in noi esistano dalla nascita delle attitudini. Bisogna riuscire, in qualche modo, a scoprirle. Avevo un fondo di insoddisfazione in quello che facevo. E sentivo un bisogno di creatività. Ad un certo punto mi sono accorto che scrivere mi appassionava, soddisfaceva e non stancava, al contrario di altre attività che continuo a fare, un po’ forzandomi. Qualcuno, scherzando – ma fino ad un certo punto – mi dice che a me piace scrivere perché è un modo per parlare, senza essere interrotto! Insomma mi diletto, ma vorrei aver tempo per scrivere di più.

Ha in programma la pubblicazione di altre opere?
Sto lavorando su un altro romanzo, che spero di poter pubblicare verso la primavera del prossimo anno.

Quali sono le sue letture? Come giudica la produzione letteraria dei nostri tempi?
Devo confessare che leggo soprattutto i classici. Ho avuto ed ho passione per tutti i grandi scrittori russi. In primis Gogol, Tolstoj e Dostoevskij. Tra gli italiani apprezzo Italo Svevo, Calvino, Pirandello e Dino Buzzati. Tra i più recenti Gesualdo Bufalino. Non dimentico i sudamericani Borges, Marquez e Coelho. Nessun autore contemporaneo mi incanta. Forse c’è troppa accondiscendenza di mercato e repressione di vera follia creativa.

Cosa pensa delle nuove frontiere dell’editoria, ad esempio la pubblicazione su Internet e l’avvento degli eBook?
Sono convinto che aiutino soprattutto a far emergere nuovi talenti e, comunque, a crearsi dei propri circoli letterari virtuali. L’eBook sarà soprattutto il medium per i nativi digitali. Personalmente mi auguro di poter continuare a deliziarmi con il profumo della carta stampata. Comunque “Il coraggio degli Italiani” è in rete anche in formato e-book.

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