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Intervista con Alessandra Paganardi

paganardi.alessandra_250Alessandra Paganardi risponde ad alcune domande sul suo libro “La pazienza dell’inverno” e sulla propria attività letteraria.

Perché ha scelto “La pazienza dell’inverno” come titolo del suo libro di poesie?
Posso rispondere con piena consapevolezza: i riscontri e gli incontri sono stati tanti e sento che questo libro non ha ancora concluso la sua strada. Il titolo è volutamente ambiguo: un genitivo nello stesso tempo soggettivo e oggettivo, l’inverno paziente (la neve che aspetta i germogli) ma anche l’inverno che richiede la pazienza di chi lo subisce. L’inverno è la mia stagione preferita, forse perché sono nata al suo inizio. Mi è sempre piaciuto aver fiducia nella parte che in esso rimane nascosta, tuttavia profonda come una promessa.

Quali messaggi e quali emozioni desidera trasmettere ai lettori?
Forse – riportando un’idea che fu già di Chatman, ripresa da altri – il lettore cui ci si rivolge è sempre implicito, ideale. Io vorrei in genere rivolgermi a persone che amino profondamente la poesia, ma che non siano necessariamente poeti. Il che non significa affatto “scrivere facile”, ma trasmettere l’importanza del linguaggio poetico in un modo pratico, diretto. All’epoca in cui scrissi “La pazienza dell’inverno” questa esigenza transitiva era parecchio forte e a volte rischiava di bloccarmi. Per questo “pensavo” i testi tendenzialmente uno per uno, spesso intitolandoli (ne “La pazienza dell’inverno”, tuttavia, ci sono anche alcune sillogi). Il testo singolo, si sa, è sempre più transitivo e più leggibile della silloge o del poemetto. Nelle cose nuove, inedite, che sto scrivendo ora, questa tendenza va affatto capovolgendosi. Il mio prossimo libro, fra uno o magari due lustri, sarà fatto di sillogi senza titoli singoli. Proprio perché ora, quando penso ai testi, li penso già in blocchi, come se fossero scivolamenti su un tema, un pensiero, un’ossessione. Sto diventando sempre più esigente con la parola e sempre meno preoccupata, perlomeno nella forma in cui lo ero prima, di arrivare al lettore. Spero di non ritrovarmi, nel prossimo libro, con un pubblico di soli poeti… non sarebbe stato ciò che volevo!

Come è nata la sua passione per la poesia?
La mia passione per la poesia data da lontano. Perlomeno da quando, bambina e abituata a studiare le poesie a memoria alle elementari (ho frequentato un istituto molto tradizionale, il Cabrini di Milano), mi rendevo conto che dopo averle studiate non sentivo più le cose come prima. Tutto era diverso, persino i sapori del cibo. Mi ricordo distintamente, come esperienza fra le prime, l’Aquilone di Leopardi. Quarta elementare. “Io vivo altrove e sento / che sono intorno nate le  viole”. Due versi che mi cambiarono, credo, la vita. Nel mio linguaggio di ottenne capivo che quel “sento” non poteva essere l’olfatto… era la poesia. La poesia, nella mia testa, faceva sentire gli odori, o li cambiava… E potrei fare tanti altri esempi, a partire dalle “casettine dai tetti aguzzi” di Rio Bo, in cui mi sembrava di sentire fisicamente la fatica di disegnare (non sono mai stata brava!!!) e la potenza di quel segno grafico, di quell’immagine spiattellata sotto gli occhi, che superava qualunque realtà… Credo, ma non l’ho detto soltanto io, che rinunciare a far studiare le poesie a memoria sia stato uno dei maggiori impoverimenti culturali degli ultimi trenta anni. Poi naturalmente c’è stato altro… il liceo, in cui avevo scoperto una vera vocazione per le note aggiunte. Ricordo che dopo una gran noia come l’Adelchi di Manzoni, al ginnasio, mi venne voglia di aggiungere note per specificare dei parallelismi che avevo notato fra Ermengarda e il Napoleone del Cinque Maggio,e che sul mio manuale non erano ben chiariti. Non è un esempio da secchiona, fa solo capire come per me poesia e chiarezza dell’immagine siano sempre andate, in qualche modo, di pari passo. Con fasi diverse, certo. All’epoca de “La Pazienza dell’inverno ero arrivata a un buon equilibrio fra lasciar scorrere le immagini, accogliendole, e desiderare di definirle. Ora forse quell’equilibrio si è di nuovo rotto… ma per chi scrive, così dev’essere, credo.

Scrive molto? Ha in programma la pubblicazione di altre sillogi?
Oltre che di poesia amo scrivere di aforismi, saggi e – quando ci riesco – racconti. La mia prossima raccolta di aforismi, dopo “Breviario” del 2012, precederà probabilmente quella di poesia. Ma non sarà certamente subito. Scrivo parecchio, ma correggo molto e, soprattutto, salvo poco.

Cosa l’affascina della poesia, in generale? Quali autori del passato o contemporanei le piacciono?
La magia della poesia consiste, come nessun’altra attività mentale al mondo, nel non lasciare mai più l’esperienza del mondo uguale a prima. I miei maestri sono stati così tanti che non saprei ringraziarli tutti, anche perché sono diversissimi fra loro: uno l’ho già citato, Pascoli, un poeta straordinario e fin troppo maltrattato. Fra i classici preferisco nettamente i latini, Orazio e Catullo: da giovane trovavo l’epica noiosa e l’ho scoperta tardi, attraverso le tragedie di Eschilo. Nell’età di mezzo Dante, la poesia realistica trecentesca, Villon, Cavalcanti, i metafisici secentisti inglesi. Se penso all’Ottocento, più che la grande poesia romantica inglese, che non mi ha mai fatto impazzire, penso certamente ai francesi della seconda metà, Rimbaud e Verlaine: Valery e Mallarmé li ho scoperti tardi. Novecento, per me, limitandoci all’Italia, significa Sbarbaro, Montale e Penna: tre diversissimi giganti. Fuori, mi sposto sulla grande poesia modernista statunitense da Eliot a Stevens. E tre donne, per tutte: Antonia Pozzi, Sylvia Plath, Wislava Szymborska.

In cosa differisce il suo stile letterario da quello degli altri poeti?
Questo debbono dirlo i lettori. Io cerco di trasmettere nei miei versi un’esperienza innanzitutto di vita; poi di lettura, perché la poesia si scrive anche continuando a leggere, e non solo a leggere poesia. Nella vita insegno filosofia. Chi prova a scrivere versi dev’essere onnivoro. Qualcuno ha detto che l’ape non succhia il miele, lo fa… in qualunque modo i miei versi appaiano, spero proprio non appaiano come versi troppo letterati. Una cosa è certa: la poesia, con tutti i limiti connessi a qualunque ambiente chiuso e sempre un po’ autoreferenziale, è anche luogo d’incontro, scambio e aggiornamento culturale vivo, che nessun libro da solo potrebbe dare. Credo che nei miei versi sia molto forte la dimensione della relazione, almeno lo spero.

Secondo lei è vero che i poeti “hanno la testa fra le nuvole”? Cosa pensa di questo detto?
I poeti hanno la testa ovunque, esattamente come il resto del mondo. E a volte hanno la testa dove non dovrebbero. Il che non significa affatto averla fra le nuvole… forse a volte sarebbe bene averla fra le nuvole, ad esempio quando si fa un viaggio intercontinentale… invece sono proprio le situazioni in cui ci sentiamo nostalgici, o vorremmo scendere. Un po’ come diceva la Morante in “Menzogna e sortilegio”… voler essere fiore o ape proprio quando non è cosa!

Pensa che la poesia oggi venga apprezzata dalle nuove generazioni? Da cosa si capisce?
Ho avuto notevoli riscontri fra le giovani generazioni, anche da parte dei miei ex alunni. Sono stata alcuni giorni fa a un incontro in una scuola e mi sono trovata molto bene. Bisognerebbe cercare di far capire ai ragazzi che la scuola, in fondo, può ancora dispensare bellezza, anche se le riforme fatte e mancate fanno di tutto per farcelo dimenticare. Una mia collega tiene un blog, “Vivalascuola”, che ospitò un mio intervento di gratutudine verso i miei insegnanti e verso chi mi fece capire, da giovane. la bellezza della poesia e della filosofia. Oggi la scuola è patrimonio di tutti più di ieri: dovremmo fare in modo di non maltrattarla troppo.

Ritiene che Internet possa favorire o danneggiare la divulgazione della poesia?
La rete ormai è tutto. Calvino, nelle sue Lezioni americane, l’aveva previsto in “Molteplicità”, parlando del romanzo come rete ed encicolpedia. Non mi dilungo in discorsi su cui grandi esperti possono parlare assai più e meglio di me. La rete è una realtà che, certamente, non facilita la memorizzazione profonda di cui parlavo prima. Ma per fare questo bisogna tornare all’ascolto, alla facitura artigianale del verso, a riempire quaderni. Mi sento molto in colpa verso gli alberi, compero quaderni riciclati, ma lo faccio ancora. Lo confesso. Perchè la poesia, come dicevo nelle precedenti risposte, è un’esperienza essenzialmente sensibile: ridurre tutto alla rete significa, in questo senso, amputarla.

Cosa pensa degli eBook? Preferisce le edizioni digitali o quelle su carta?
Gli e-book, lo confesso, sto cominciando con i miei tempi da elefante pre-rete a capire ora che cosa siano. C’è l’indubbio vantaggio economico, di cui non bisognerebbe mai smettere di tener conto. Del libro “vero” tuttavia, come dei sensi, ci sarà sempre bisogno: vederlo su uno scaffale, prenderlo in mano, conferire con il libraio, sfogliarlo, percorrerlo. Forse, quando la mia generazione sarà sparita, le cose si stabilizzeranno diversamente. Ma per il momento è questo il testimone che ho ricevuto e che mi sento di passare ai miei figli e ai miei allievi, oltre che ai giovani poeti che seguo.

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