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Giampiero Casoni

Giampiero CasoniGiampiero Casoni, poeta e scrittore, così si presenta:

Ho 43 anni e non li ho mai contati, se non era necessario, per non illudermi che siano serviti a qualcosa in una loro pur minima parte.

Scrivo da tempo, ho cominciato con la poesia, che è un po’ la “battaglia contro il pudore” di ogni persona affetta dal suo morbo.

Ho fatto il giornalista per tanti anni, specializzato (o così mi è stato fatto credere) in cronaca giudiziaria, ma, prescindendo dalle categorie, sono uno che scrive e che intinge il calamo (crasse risate in epoca di mouse, please) sempre e solo nel calamaio delle sue arterie.

Ho pubblicato la silloge poetica “Semi di Anguria” e poi, dopo un’esperienza allucinante nel bel mezzo della camorra secondiglianese, il romanzo “La Figlia di Sommeliè” a metà fra autobiografia e psicanalisi, dove anticipo gli arresti di Iovine e Zagaria e, con lugubre licenza letteraria, faccio morire Roberto Saviano.

Dopo aver dato alle stampe racconti di mala capitolina con un comodissimo (per la mia incolumità) pseudonimo e il romanzo bis del filone, “Predattore”, ho deciso di reintingere la penna d’oca nel mio cuore.

Dopo un inutile quanto stupido tentativo di suicidio, ho scrostato via da un’anima rovinata come i paltò tarmati ma ancora buoni a tener via il freddo, se superi la ruvidezza della lana conciata nell’essenziale, il racconto storico-satirico “Le cronache di Sbornia”. Sono un ex alcolista in cura, un perdente che alla vittoria si riaccosta mai per orgoglio “borghese”, ma perché ama l’autocommiserazione come l’orchite; ho voluto così raccontare, servendomi dello scenario, a volte alluso, a volte minuziosamente riportato da fonti, della Guerra dei Trent’anni in Germania dopo le tesi luterane. L’ho fatto dopo che l’amore di mia moglie, della famiglia, un coma buio come una notte senza luna e il coraggio dell’ideatore di “Opera Uno” mi hanno consentito di trovare il coraggio per ripropormi, da quando sono di fatto rinato.

Va da sé che l’impalcatura del mio racconto è un falso e che la vicenda puzza di autobiografico come il pedalino di un fantaccino del 15/18 ma tant’è… realtà, fantasia, vendetta, giustizia, amor proprio, vanagloria, alla fine sono tutti moventi, no? Il motivo è sempre quello, il Morbo: scrivere.

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